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Coronavirus dalla A alla Z:  tutto quello che c'è da sapere

Venerdi 31 Gennaio 2020  Emilia Vaccaro

  Cosa sappiamo sul coronavirus che sta destando preoccupazione in tutto il mondo? Conosciamo abbastanza della sintomatologia e sappiamo le misure preventive da adottare, non esistono terapie specifiche ma il tasso di mortalità sembra essere ridotto rispetto ad altre infezioni che hanno causato delle vere e proprie epidemie negli anni passati.
Anche l'Italia è interessata alla epidemia perchè nelle ultime ore sono stati confermati anche due casi attualmente ricoverati allo Spallanzani di Roma.
Abbiamo analizzato vari risvolti del problema con l’aiuto di un esperto, il prof. Pier Luigi Lopalco, Professore di Igiene e Medicina Preventiva, Università di Pisa.
I numeri delle pandemie del passato
Per capire quanto sia aggressivo questo nuovo virus è necessario mettere i dati a confronto con quelli di altri due coronavirus che hanno causato epidemie diffuse nel recente passato: quello della SARS del 2003 e quello della sindrome respiratoria mediorientale (MERS) tra il 2013 e il 2019.

La SARS ha provocato 813 decessi su 8.400 casi, con una mortalità quindi del 10% circa, mentre la MERS ha colpito 2.500 persone causando 858 decessi, con un indice di letalità del 30%. Stando ai numeri attuali che vanno comunque considerati con la dovuta cautela perché al momento l’unica fonte di informazione sono i media e le istituzioni cinesi, il tasso di mortalità del coronavirus 2019 n-CoV si attesterebbe poco sopra al 2%.

Incubazione e trasmissione
Questo nuovo coronavirus è stato evidenziato solo poche settimane fa e pertanto non abbiamo ancora un dato certo sulla durata dell’incubazione.

“Fino ad ora si è parlato di 15 giorni di incubazione ma dai dati che emergono forse la durata è anche inferiore. Sicuramente c’è una quota di infettività durante l’incubazione, la cosa un po' più preoccupante dal punto di vista epidemiologico è che esistono delle persone infettate che non sviluppano sintomi manifesti, quindi una sorta di portatori sani” ha dichiarato Lopalco ai microfoni di PharmaStar.
Il periodo di incubazione è per definizione il periodo che intercorre tra l’infezione e l’inizio dei sintomi, quindi è asintomatico. Se una persona avverte già dei sintomi è in fase prodromica, quindi inizio della malattia.

I sintomi classici sono tosse, febbre, malessere generale dovuto alla estrema debolezza, astenia e il cosiddetto “respiro corto” quindi mancanza di aria che è collegata alla polmonite.

“Oltre a questi sono stati riportati anche dei casi di manifestazioni extra respiratorie, in particolare manifestazioni gastro-intestinali sotto forma di gastroenterite e i report cinesi parlano anche di sintomi neurologici che bisogna capire se sono legati all’astenia, che è a sua volta collegata alla polmonite, o se non ci sia un vero e proprio interessamento neurologico” ha aggiunto Lopalco.

La trasmissione avviene attraverso le goccioline di saliva
“In aereo il rischio di infettarsi di una malattia trasmissibili dalle droplet, come gli americani chiamano queste goccioline, dipende dalla durata del volo; voli europei della durata di circa 2 ore hanno un rischio pressoché nullo, per voli più lunghi il rischio generalmente è considerato elevato nelle due file avanti e due file dietro rispetto al passeggero infetto (circa 1m e mezzo di distanza di sicurezza)” ha evidenziato Lopalco.

E’ ovviamente un rischio teorico e basato solo sul posizionamento fisso di un passeggero, ma ci possono essere dei contatti anche sporadici dovuti a spostamenti dei passeggeri sul velivolo.
Il test che stiamo utilizzando sono standard di conferma e centralizzati a Roma all’ISS e allo Spallanzani. In poche ore si ha la certezza diagnostica ma si spera presto di avere dei test rapidi ed efficienti da fare localmente o almeno in alcuni centri regionali o provinciali.

Quando si parla di trasmissione globale e pandemia?
“Si parla di trasmissione globale nel momento in cui viene certificata la trasmissione locale in più di 1 paese; quindi, in un determinato paese dovrei avere diversi casi non collegati tra di loro o che non riesco a collegare e che non sono mai stati in Cina. Solo in questo caso ci sarà stata una trasmissione locale allora parliamo di trasmissione globale e quindi pandemia.

Nei mesi in cui si diffonde maggiormente l’influenza, sicuramente ci sono in giro centinaia di migliaia di casi lievi o asintomatici ma che proprio per la manifestazione lieve dell’infezione non si recano in ospedale. Analogamente, per il coronavirus quelle che noi abbiamo sono le informazioni relative alle persone che sono andate in ospedale.

I dati epidemiologici sono in continua evoluzione e quello che noi stiamo vedendo è solo la punta dell’iceberg quindi tutto quello che viene identificato dal sistema sanitario cinese e quindi non i casi asintomatici o lievi che non si recano in ospedale”. ha spiegato Lopalco
Quello che sta facendo la Cina è senza precedenti ed è l’unico modo per arrestare una diffusione mondiale; chiudere le frontiere è la misura estrema che si possa adottare in questi casi. L’identificazione di due casi in Italia non cambia nulla rispetto a quanto già sapevamo. Paradossalmente è una buona notizia perché indica che il nostro sistema riesce ad identificare i casi presenti sul territorio.

Passaggio del virus dall’animale all’uomo e diffusione dell’infezione
Le informazioni più affidabili che abbiamo di passaggio di un virus da animale all’uomo provengono dai dati sui virus influenzali perché c’è una rete capillare estesa in tutto il mondo che continuamente segnala questo tipo di trasmissione (ad es. un virus dell’anatra che ha infettato un uomo).

“I coronavirus sono dei virus a RNA che molto spesso vanno incontro a mutazioni, infatti un virus che dall’animale cerca di infettare l’uomo in genere non riesce a farlo perché non ha il recettore per attaccarsi alle cellule umane. Ma nel passaggio da animale ad uomo il virus può mutare e quindi riesce ad entrare in contatto con una cellula umana e a sviluppare l’infezione.

Se durante questa mutazione il virus acquisisce anche la possibilità di trasferirsi ad un altro uomo e magari la persona infettata si trova in una zona molto popolosa allora il salto di specie diviene efficace e si diffonde” ha sottolineato Lopalco.

Anche nella SARS c’era la possibilità di infezione uomo-uomo anzi c’erano gli individui super spreader che quindi da 1 caso riuscivano ad infettare anche più di 50 persone.

Nel caso dell’attuale coronavirus una persona riesce ad infettare circa 2 persone (R0=2) e quindi la trasmissione, in assenza di misure di contenimento, diventa esponenziale.

“Nella diffusione di una epidemia non conta solo l’R0 ma anche altri parametri come il tempo di incubazione perché i numeri sono alquanto diversi se il raddoppio dei casi si ha in 15 giorni rispetto che alle 48 ore” ha dichiarato Lopalco.

Prevenzione e Cura
La prevenzione ad oggi riguarda le norme igieniche generali quindi lavaggio delle mani, corretta igiene respiratoria (coprirsi il volto quando si starnutisce possibilmente nella manica all’altezza dell’incavo del gomito).
L’uso della mascherina serve fondamentalmente a chi è infetto per proteggere chi gli è intorno; nel caso del soggetto sano la mascherina protegge poco.

“Per prevenire il contagio è molto più efficace la norma igienica di lavarsi spesso le mani che possono toccare oggetti infetti e poi trasferire i germi su mucose del corpo come occhi, labbra etc.

Ha senso per l’operatore sanitario usare la mascherina completa di filtro per i contatti continui con i pazienti ma in questo caso, come vediamo dalle immagini che ci arrivano dagli ospedali cinesi, oltre alla mascherina gli operatori sanitari usano anche altri dispositivi di protezione individuale come occhiali, tute, guanti etc. La protezione negli ospedali deve essere massima perché l’ospedale è un centro di diffusione della malattia e c’è un contatto continuo con i pazienti infetti” ha precisato Lopalco.

Fino ad ora non esistono antivirali specifici; il rischio maggiore, che per ora scongiuriamo, è che diventi un nuovo virus endemico ed in questo risiede l’eventuale pericolosità.

Le polmoniti virali hanno livelli di letalità che vanno dal 10% al 20% dei casi ospedalizzati, conta molto la sensibilità della singola persona infettata e la presenza di altre patologie concomitanti.

Fonte: pharmastar.it
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