Notizie su Malattie Rare e Salute

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Fonte: corriere.it

Siamo arrivati al «taglia&cuci»
del Dna. I progressi e i rischi etici

Dalle tecniche classiche di correzione, fino alle più recenti procedure «in vitro» e direttamente sui malati. Mentre in laboratorio si cominciano a modificare gli embrioni

Rischi della scienza - show

«Attenzione agli show. Queste fughe in avanti sugli ipotetici utilizzi di queste tecniche rischiano di essere dannose per la ricerca — sottolinea Carlo Alberto Redi , genetista a Pavia e Accademico dei Lincei —. Perché creano disorientamento nell’opinione pubblica e spaventano i decisori politici». Non a caso un recente commento sulla rivista Nature ricorda come nella regione tedesca della Baviera, memore degli esperimenti nazisti, le tecniche DIY sono bandite, e questo preoccupa perché potrebbe rendere la Germania meno attrattiva per chi vuole fare ricerca in questo settore e per gli investitori che vedono nella biologia un business. La ricerca, invece, deve continuare e, in tutto il mondo, ci sono scienziati seri che lavorano e credono nell’editing del Dna, con un obiettivo principale: quello di curare le malattie nell’uomo (anche se queste tecnologie possono essere sfruttate in altri settori come l’agricoltura o l’allevamento).

Dna modificato

«Editing del Dna significa modificare parti del nostro patrimonio genetico con grande precisione (è questa la parola d’ordine, ndr) — spiega Luigi Naldini Direttore dell’Istituto Telethon per la Terapia genica (Tiget) al San Raffaele di Milano e docente all’Università Vita e Salute —. Significa poter fare due cose: una è trovare e distruggere un gene di malattia e basta, (e questo non è possibile con la terapia genica classica, che permette soltanto l’“aggiunta” di geni ), l’altra è quella di identificarlo e sostituirlo con la copia sana». Ma come si fa l’editing? Ci sono tre tecniche (la terza è spiegata nel box a sinistra).

Tecnica «dita di zinco»

La più «vecchia» si chiama zinc finger (dita di zinco): queste dita, fatte di materiale genetico, sono capaci di identificare con precisione, nel patrimonio genetico di un individuo, la sequenza di Dna, cioè il gene, responsabile di malattia e di «tagliarlo». «La tecnica — spiega Naldini — è stata utilizzata con successo in pazienti con infezione da virus dell’Aids. Nei linfociti (cellule del sistema immunitario, ndr) di queste persone è stato possibile eliminare il gene del recettore che permette al virus Hiv di infettare le cellule umane». In questo caso la metodica è stata applicata in laboratorio (si dice ex vivo) su cellule (i linfociti) prelevate dal paziente e poi iniettate di nuovo nel paziente stesso. Ma lo zinc finger può essere utilizzato anche in vivo, direttamente sul malato. È quello che è successo a Brian Madeux, un uomo di 44 anni affetto da sindrome di Hunter. Questa è una malattia genetica rara, chiamata anche mucopolisaccaridosi di tipo 6, che comporta un accumulo di prodotti tossici nella cellule con conseguenti danni a diversi organi. I medici dell’Ucsf Benioff Children’s Hospital di Oakland (California) hanno iniettato a Madeux un complesso contenente sia le dita di zinco sia il gene da sostituire. Ora si attendono i risultati a distanza di tempo.

I casi

«L’editing è indispensabile per certe malattie dove non si può aggiungere un gene sano a quello malato come accade con la terapia genica, ma occorre proprio inserire il gene sano in una posizione ben precisa nel Dna in modo che si esprima fisiologicamente — commenta Naldini —. È il caso di due immunodeficienze, malattie rare nelle quali il sistema di difesa immunitario è alterato: si tratta dell’immunodeficienza legata al cromosoma X e dell’immunodeficienza da iperIgM (le IgM sono un particolare tipo di anticorpi, ndr)».

La nuova metodica

Poi c’è la metodica di editing più recente, venuta alla ribalta nel 2012, il Crispr-Cas9, appunto. In questo caso la «guida» per arrivare al gene non è uno zinc finger, ma un Rna, materiale nucleico che riconosce il gene, mentre l’enzima che poi lo taglia è il Cas9. È una tecnica facile, poco costosa, ma ancora imprecisa. Ecco perché sono in corso numerosi esperimenti per valutarne le potenzialità, come ci informano i lavori pubblicati l’anno scorso sulle più importanti riviste scientifiche. Ricerche che sono state condotte soprattutto su embrioni in laboratorio (non in vivo come ha fatto Josiah Zayner) , con l’idea di verificare se questa tecnica non solo può permettere di curare malattie genetiche di cui l’embrione è portatore, ma anche di impedire che vengano trasmesse alle generazioni successive. Ecco allora che, nell’agosto scorso, la rivista Nature ha dato conto di un esperimento, condotto negli Usa con il metodo Crispr-Cas9, su embrioni umani per curare una malattia genetica del cuore: la cardiomiopatia ipertrofica, che provoca scompenso di cuore ed è determinata dall’alterazione di un singolo gene. Risultato: tutte le cellule dell’embrione trattate sono «guarite», cioè non presentavano più il gene di malattia.

La «chirurgia chimica»

E in ottobre un’equipe cinese, sempre con Crispr-Cas9 sugli embrioni, è riuscita a correggere mutazioni puntiformi del Dna (che interessano cioè una singola base, una singola lettera del Dna ) che provocano una malattia recessiva, la beta-talassemia (che provoca una grave anemia): si chiama chemical surgery. Fin qui si tratta di esperimenti di laboratorio su embrioni che, comunque, non potevano essere impiantati e dare origine a una nuova vita. Poi ci sono anche studi su animali. Nel dicembre scorso ricercatori americani dell’Università di Durham hanno sperimentato una nuova modalità di somministrazione della tecnica sul topo «Beethoven»: un topo sordo per il difetto di un gene (il Tmc1) che colpisce anche l’uomo. Gli scienziati hanno inglobato il complesso Crispr-Cas9 in sfere lipidiche che hanno iniettato direttamente nell’orecchio interno dell’animale, riducendone il grado di sordità. E per quest’anno si prevede di cominciare a utilizzare la metodica sull’uomo per combattere il papillomavirus, responsabile di tumori come quello alla cervice uterina, e di somministrarla con un gel topico. n problema